Il picciotto di Sinopoli che diventò boss di Chivasso e Ivrea deve scontare 32 anni
CHIVASSO. Ha portato la ’ndrangheta da Sinopoli, in provincia di Reggio Calabria, prima a Chivasso e poi fino a Ivrea, riunendo le due città sotto un unico locale.
Domenico Alvaro, 48enne detto il “Biondo” che si era trapiantato proprio a Chivasso, sta scontando 32 anni di carcere, sui quali al momento non sono previsti sconti. La Corte di Cassazione ha pubblicato il 5 marzo, infatti, la sentenza dello scorso 21 gennaio, in cui motiva il rigetto del vincolo di continuazione tra 4 pronunciamenti che lo riguardano.
Alvaro infatti era stato condannato a dieci anni di pena per detenzione illegale di armi e associazione a delinquere di stampo mafioso, con sentenza irrevocabile già il 7 febbraio 2003, nell’operazione Prima in cui era ritenuto un “picciotto” della cosca capeggiata da papà Carmine, detto “U Cuvertuni” (lo pneumatico), attiva a Sinopoli con il nome di “Carni i cani”, per fatti commessi fino al 1998 dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria. Il periodo dal 2003 al 2020, invece, è stata giudicato all’interno dell’operazione Iris, che individuò in un casolare di Sinopoli il luogo in cui si decidevano le strategie di famiglia, a cui partecipavano anche amministratori locali e portò allo scioglimento per mafia del Comune di Delianuova.
Qui il “Biondo” fu condannato a 14 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso, con sentenza divenuta irrevocabile il 13 ottobre 2021.
Nel frattempo, però, Alvaro aveva già messo gli occhi sul Piemonte. E non era più un semplice picciotto. Tra il maggio 2016 e il luglio 2017 si svolgono i fatti del processo Cerbero, che riguardano il torinese: la sentenza della Corte d’Appello di Torino diventa irrevocabile il 18 maggio 2023 e lo condanna ad altri 7 anni di carcere. In questo caso aggiunge un nuovo reato: lo spaccio di stupefacenti.
Il “Biondo” però aveva già fondato il locale della ’ndrangheta di Ivrea e Chivasso, con il benestare di papà Carmine. Il gup di Torino, in questo caso, accoglierà la proposta del suo difensore Davide Richetta di “ne bis in idem”: nessuno può essere processato due volte per gli stessi fatti. E il processo Iris che si è svolto a Reggio Calabria individuava già le mire espansionistiche degli Alvaro Carni li Cani in Piemonte. Così viene prosciolto dall’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. Dal processo Cagliostro, Alvaro, uscirà di fatto con una pena di un anno per gli altri reati contestati. Con il cumulo, però, si raggiungono i 32 anni in cui i supremi giudici non hanno ravvisato il vincolo della continuazione. Cioè, quel progetto che permette di prevedere già i futuri reati. La carriera criminale di Alvaro parla comunque chiaro: nasce picciotto a Sinopoli diventa boss a Ivrea e Chivasso, però secondo la Cassazione si tratta di articolazioni territoriali differenti, con reati di scopo e partecipanti diversi.
Come gli Alvaro si insediarono soprattutto a Ivrea, con una pace tra famiglie, lo racconta il pentito Domenitco Agresta: «Deduco che la condizione per fare la pace fosse che gli Inzillo si allontanassero da Ivrea; cosa che hanno fatto attivando nel locale di Volpiano, a loro volta gli Alvaro hanno avuto la possibilità di aprire un locale a Ivrea».
Domenico non perse mai la presa sulla città eporediese, nonostante qualità di capo, fossero riconosciute anche ad Antonino Mammoliti, detto il “Nero”. Tanto che Piero Speranza, come risulta dagli atti della sentenza Cagliostro giunta ormai in appello, disse un giorno ad Alvaro: «Ti sei fissato con questa Ivrea, ma guardati la famiglia tua. Vabbè ma c’è cumpare Nino, lascia a cumpare Nino. No, non porta a niente Ivrea, solo danni porta».
