Добавить новость
smi24.net
World News in Italian
Март
2026
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31

Pedofilia e diritto di cronaca: perché i nomi non si possono pubblicare. Il caso di Libero e la differenza tra Carta di Treviso e riforma Cartabia

0

Era l’estate del 2000 quando il quotidiano Libero – allora diretto da Vittorio Feltri – pubblicò una lista di nomi di pedofili. Uomini condannati per aver abusato sessualmente di minori. Un putiferio di polemiche che portarono alla radiazione di Feltri dall’ordine dei giornalisti. Questo perché quella lista di proscrizione avrebbe permesso di individuare le vittime della violenza più oscena ed era una clamorosa violazione della Carta di Treviso – uno dei cardini deontologici dei giornalisti – firmata il 5 ottobre 1990. La pubblicazione dei nomi di indagati e arrestati per quei reati avviene solo se questo non permette l’individuazione delle vittime. Ed è questo criterio che ha impedito di scrivere i nomi del vice direttore di un tg e una docente di liceo arrestati per violenza sessuale nei confronti di minori, pornografia minorile, detenzione e accesso a materiale pornografico. Oltre a danneggiare ulteriormente le vittime, violare la Carta di Treviso esporrebbe il giornalista a una sanzione severa fino appunto alla radiazione.

Cosa dice la Carta di Treviso

Il principio cardine è chiaro: il minore non deve essere mai identificabile, né direttamente né indirettamente. Questo significa che non si possono pubblicare: nomi e cognomi del minore; fotografie o immagini riconoscibili; dettagli che possano far risalire alla sua identità (come l’arresto di parenti); riferimenti precisi alla famiglia o al contesto sociale. Il problema, nella pratica giornalistica, emerge soprattutto nei casi di pedofilia o abusi sessuali. Pubblicare il nome dell’indagato o dell’arrestato può infatti rendere automaticamente identificabile la vittima, soprattutto quando si tratta di contesti familiari o sportivi, di piccoli centri.

Per questo motivo spesso i giornali evitano di pubblicare anche il nome del presunto pedofilo, perché l’indicazione dell’identità dell’autore del reato potrebbe portare indirettamente all’identificazione del minore coinvolto. È una tutela indiretta, ma considerata fondamentale dal codice deontologico. Ed è per questo quando invece l’identificazione è impossibile che i nomi possono essere pubblicati e fornire ai cittadini un’informazione completa.

La riforma Cartabia

Certo è che la cronaca giudiziaria italiana si trova da sempre stretta tra due esigenze contrapposte: il diritto dei cittadini a essere informati e la tutela della privacy e della dignità delle persone coinvolte nei procedimenti penali. In questo equilibrio delicato dove la deontologia, tranne in rarissimi casi di violazione della privacy, ha sempre permesso che le notizie di interesse pubblico arrivassero ai cittadini e ai lettori, si è inserita la riforma della giustizia penale voluta dall’ex ministra Marta Cartabia. Un vero e proprio bavaglio.

La riforma ha stabilito che non possono essere pubblicati integralmente gli atti di indagine prima dell’udienza preliminare; la diffusione di informazioni deve passare principalmente attraverso comunicati ufficiali delle procure; è limitata la pubblicazione di ordinanze di custodia cautelare o di intercettazioni. L’obiettivo dichiarato era quello di tutelare la presunzione di innocenza e ridurre la spettacolarizzazione delle indagini. Di fatto quindi avrebbe impedito di leggere addirittura le contestazioni ai due indagati che invece i giornalisti – compreso il FattoQuotidiano – ha pubblicato per delineare il perimento di reati gravissimi.

Una cronaca sempre più filtrata

Per molti giornalisti giudiziari, però, l’effetto concreto della riforma Cartabia è stato quello di rendere la cronaca sempre più filtrata e parziale. Senza accesso diretto agli atti e con limiti stringenti alla loro pubblicazione, i cronisti si trovano spesso a raccontare indagini e arresti sulla base di comunicati sintetici delle procure o di informazioni frammentarie. Questo riduce la possibilità di verificare autonomamente i contenuti delle accuse; contestualizzare i fatti; raccontare nel dettaglio la dinamica delle indagini.

Il risultato è una cronaca giudiziaria che molti definiscono “monca”: da un lato la necessità – sacrosanta – di proteggere minori e persone coinvolte nelle indagini, dall’altro il rischio di comprimere il diritto dei cittadini a essere informati in modo completo. Il punto di equilibrio resta complesso. La Carta di Treviso – necessaria per la deontologia e la protezione dei minori – tutela i soggetti più vulnerabili, mentre la riforma Cartabia ha depotenziato il lavoro di guardiani della democrazia dei giornalisti che spesso vanno oltre proprio a garanzia del diritto di cronaca.

L'articolo Pedofilia e diritto di cronaca: perché i nomi non si possono pubblicare. Il caso di Libero e la differenza tra Carta di Treviso e riforma Cartabia proviene da Il Fatto Quotidiano.















Музыкальные новости






















СМИ24.net — правдивые новости, непрерывно 24/7 на русском языке с ежеминутным обновлением *