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Torre civica, il racconto dei medici soccorritori: «Il boato e noi siamo corsi subito in piazza»

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PAVIA. «Quando abbiamo visto le macerie in piazza Duomo sapevamo che, purtroppo, le persone che erano rimaste lì sotto non avrebbero avuto bisogno delle nostre cure». Maurizio Raimondi, oggi direttore della Rianimazione negli ospedali di Asst Voghera-Oltrepo, era un giovane rianimatore del San Matteo quando – alle 8.55 di 37 anni fa – crollò la Torre civica, uno strappo improvviso nel tessuto urbano di Pavia che causò quattro morti. È uno dei testimoni diretti della più grande emergenza di protezione civile avvenuta in provincia, ancor prima che il 118 fosse istituito (anche grazie al suo contributo).

Sotto la spessa coltre di polvere sollevata dal crollo, c’era anche Roberto Rizzardi, oggi rianimatore e all’epoca studente all’ultimo anno di Medicina: «Quella mattina sarei dovuto andare in ospedale – racconta il medico e consigliere comunale a Pavia – ma mi ero attardato. Poi c’è stato il crollo che si è sentito fino in Borgo, dove abito, e dopo le urla delle sirene. Qualche minuto più tardi il telefono di casa ha squillato: era il reparto. Mi dissero di correre subito in piazza Duomo».

Zoccoli e camice

Nel frattempo, al pronto soccorso del San Matteo cominciarono ad arrivare i primi feriti (una quindicina in tutto secondo i resoconti), trasportati dalle ambulanze oppure giunti in autonomia: «Quella mattina ero di turno in ospedale quando arrivarono i primi feriti – prosegue Raimondi – salimmo su un’ambulanza che era appena tornata dal luogo del crollo. Partimmo così com’eravamo: gli zoccoli ai piedi e la giacca a vento sopra il camice. All’epoca non c’era un coordinamento istituzionalizzato per gestire emergenze di questa gravità, infatti si presentarono così tante ambulanze da intasare le vie del centro».

Giunti in piazza (che all’epoca era un parcheggio con decine di auto in sosta) la priorità era la ricerca dei superstiti: «C’erano dei volontari che stavano scavando a partire dalla sommità del cumulo di calcinacci. Gli fu detto di cercare a partire dalla periferia del crollo, cioè dove era più probabile trovare dei superstiti».

Ma da sotto i blocchi caduti in piazza vennero estratti solo cadaveri: Adriana Uggetti e Barbara Cassani (ritrovate giorni dopo), Giulio Fontana e l’edicolante della piazza Pia Comaschi. «Ero lì quando la salma fu tirata fuori», racconta invece Rizzardi, che presidiava il campo medico avanzato creato sotto i portici del vescovado: senza telefoni cellulari, le comunicazioni con l’ospedale furono gestite con un ponte radio tra ambulanze, una sul luogo del disastro e l’altra all’ingresso del pronto soccorso.

Poco distante, le operazioni degenerarono in uno scenario da medicina di guerra. All’angolo tra le vie Bossolaro e Omodeo si trovava una bottega da barbiere, distrutta dalle macerie del palazzo: il titolare era lì sotto, le gambe schiacciate dai blocchi del monumento. C’è da tirarlo fuori: Rizzardi si occupò di somministrare ossigeno a lui e ai vigili del fuoco a rischio monossido per via del compressore a scoppio che alimentava le cesoie, Raimondi dell’assistenza medica al ferito mentre i pompieri tentavano di liberarlo: «Fu un soccorso difficile dentro un locale a rischio crollo – ricorda – a un certo punto chiedemmo supporto a Giorgio Domenella, primario della traumatologia, che arrivò insieme ai chirurghi per tentare l’amputazione sul posto. Alla fine riuscimmo a estrarlo senza arrivare a tanto, e per fortuna il barbiere se la cavò con lesioni che alla fine si rivelarono non gravi. Ho un ricordo ancora vivido».















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