Coronavirus: pandemia di razzismo?
La disinformazione. L’ignoranza. La superficialità. Ma anche (soprattutto) la mancanza totale di empatia e quel provincialismo che, nonostante il processo di globalizzazione che ci porta a viaggiare con sempre più disinvoltura da un Paese all’altro e a mostrarci virtualmente “cittadini del mondo”, continua ad affiorare dal profondo di un inconscio collettivo che non ha ancora risolto i suoi nodi ancestrali.
La “sindrome cinese” è ancora in agguato. Anni fa con l’epidemia da Sars, adesso, più insidiosamente, con la pandemia del Coronavirus. È bastata la notizia della propagazione in vari Paesi europei, prima ancora dei casi in Italia, per incoraggiare l’insulto razzista, come l’episodio avvenuto su un campo di calcio dilettantistico della provincia di Milano, dove un calciatore cinese di 14 anni si è sentito dire: “spero che ti venga un virus come ci sono nei mercati cinesi”. Per dare il via libera a forme di emarginazione mascherate da “misure di sicurezza”, come nel caso del cartello affisso sulla porta di un bar romano – adesso rimosso – con il quale si invitavano i cinesi a non accedere alla struttura per questioni di sicurezza. Per scatenare insulti espliciti per la strada, battute intolleranti, sfoghi sui social, fake news virali sui cellulari e persino modelli di (dis)informazione, con titoli del tipo: “Mangiano i serpenti e poi i cinesi crepano”.
Tuttavia, il pregiudizio, seppur non espresso verbalmente, ha in parte influenzato le abitudini e lo stile di vita di molti italiani: «Il vero problema consiste nella diffusione di certe fake news», sottolinea Lu, cinese che vive a Milano, dove insieme al marito Stefano gestisce un ristorante di cucina italiana. «La nostra è una clientela affezionata consapevole che le materie prime – come verdura, carne, pesce – sono prodotti forniti a chilometro zero dalle aziende di Milano e provincia. Ma chi è nel settore della ristorazione cinese e giapponese ne ha già risentito molto. Tanta gente ha smesso di frequentare i ristoranti gestiti da asiatici non soltanto per una certa titubanza nei confronti della provenienza del cibo, ma anche perché, il fatto di vederlo servito da un cinese crea insicurezza».
«Vivo e lavoro a Milano dal 1997», aggiunge Charity Cheah, cinese di Singapore. «La cosa che più mi ha turbata in questi giorni sono stati i pregiudizi di alcuni colleghi, che intravvedono una sorta di “strategia cinese” nell’origine e nella propagazione del coronavirus nel mondo. Sembrano tutti ignari del fatto che noi cinesi per primi stiamo fortemente soffrendo per questa situazione critica, per i morti, per chi si è ammalato, per chi è costretto a restare isolato in casa, senza poter avere contatti con l’esterno. Quello che non ho percepito – e mi manca – è l’empatia da parte degli Italiani. Perché, al contrario, i cinesi che vivono qui condividono e hanno condiviso tutte le vicende più drammatiche di questo Paese: dalle crisi di Governo al crollo del ponte Morandi».
Un passo avanti, in questo senso, è già stato compiuto in Francia, dove attraverso i social è stata lanciata la campagna #JeNeSuisPasUnVirus (Io Non Sono Un Virus). Promossa su Instagram da un gruppo di cittadini di origine asiatica, intenzionati a contrastare l’ondata di razzismo sollevata dalla diffusione del Coronavirus, sta raccogliendo sempre più consensi. E non soltanto francesi. Perché il razzismo, quello sì che è un virus per il quale siamo ancora alla ricerca di un adeguato vaccino.
Foto in alto: Instagram
