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Февраль
2020

Roberta Di Mario: «La forma della musica»

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Roberta Di Mario
Roberta Di Mario
Roberta Di Mario

La fortuna (o il privilegio) di avere quel qualcosa che anche nei momenti di tempesta possa mettere pace. Per Roberta Di Mario, pianista e compositrice, è la musica. Diplomata al Conservatorio di Parma, vincitrice di numerosi concorsi nazionali ed internazionali, il suo ultimo album è Disarm. Che ha come manifesto l’invito al disarmo, all’abbandono attraverso note e parole. «La musica deve scuotere», sostiene, «essere quel qualcosa che ci mette in discussione». Per arrivare fino a qui, racconta, lei ha fatto un viaggio interiore, ha abbassato la guardia, scoperto cose che teneva nascoste persino a se stessa.

Il risultato?
«Una grande liberazione. Viviamo in un momento complicatissimo, in cui spesso costruiamo muri verso gli altri e verso noi stessi. Il mio invito, attraverso la musica, è quello di concedersi. Da questo punto di vista io sono sempre stata un po’ più fortunata perché la musica è la mia arma. Quando mi ritrovo da sola davanti al pianoforte, mi abbandono».

A ritornare a quand’era bambina, cosa vede?
«La musica, mi è sempre venuto naturale. A 5 anni ho imparato prima a leggere le note, poi tutto il resto. Durante l’adolescenza mi ero poi un po’ allontanata dal piano perché richiede grande cuore e grandi sacrifici, e a quell’età ci si può un po’ perdere».

Il suo primo pianoforte?
«Marrone, a noleggio. Quando ho mostrato serietà i miei, me l’hanno regalato. Sono sempre stata un’amante dello steinway. Dico sempre che il piano è il mio secondo figlio. Lo curo, lo coccolo, evito che stia in corrente».

Il suo primo figlio?
«Si chiama Massimo, ha 18 anni».

Anche lui suona?
«No, studia Scienze Politiche. Ha frequentato la scuola elementare musicale, ha imparato a suonare quattro strumenti fino al violino. Ma non ha mai avuto voglia di mettersi al piano».

Le sarebbe piaciuto se avesse fatto il suo stesso mestiere?
«Si, ma non ho mai voluto insistere. Perché ho ben presente il ricordo di tutte le volte che non avevo voglia di esercitarmi ma lo facevo comunque. Puoi “sopravvivere” solo se hai una forte passione, se sei disposta a tali sacrifici. Quindi sono contenta che mio figlio abbia la musica come complice, che ne ascolti tanta. Dalla trap a De Gregori. Per il resto, va benissimo così».

I suoi genitori l’hanno sempre appoggiata nel volere essere musicista?
«Sì. Mia madre mi sempre supportato. Ha visto che in me c’era talento, ma che contemporaneamente lo sollecitavo con l’impegno».

Come compone la sua musica?
«Non c’è un momento che più mi ispira. Viene un po’ da sé, quando poso le mani sul piano, quando le muovo sulla tastiera. La mano destra è la melodia, quella sinistra, il genio. Attraverso le mani i musicisti respirano il mondo».

Ha mai voluto fare altro?
«No, anche se nel mondo musicale ho vissuto vite diverse. Ho scritto anche canzoni, interpretato sonorità diverse. Oggi il mondo della musica è più complicato. Anche in questo settore il digitale ha cambiato le carte. Predomina la cultura dell’adesso, tutto scorre velocissimo. Il mio Disarm, però, è anche un invito a rallentare».

Il suo è un mondo soprattutto al maschile. Il pregiudizio pesa ancora?
«Sì, gli uomini predominano per tradizione, e il pubblico femminile tende a dettare legge verso un artista maschile. Qualsiasi pregiudizio, però, si può combattere».

Si è mai sentita discriminata?
«Devo dire che ho una presenza fisica importante, non è facile intimorirmi. Sono alta, ho occhi grandi, non sono minuta. Ho le mani robuste. Noi pianiste donne siamo una minoranza ma insieme facciamo squadra, portiamo avanti la nostra battaglia».

Quando decide gli abiti per i suoi concerti, ha mai pensato di scegliere uno stile che mettesse in evidenza il suo essere donna o che al contrario lo mortificasse?
«No. Eleganza, sobrietà, mai sentito l’esigenza di dover essere estrosa. Non ho mai sentito l’esigenza né di mettere l’abito da sera né di non metterlo. Mi sento per come mi sento, non mi interessa distinguermi. La femminilità è altro, la si vede dalle movenze».

L’abbiamo vista lo scorso anno a Piano City di Milano.
«Sì, il pubblico è pazzesco, la fruizione della musica in queste occasioni diventa libera. Durante le mie esibizioni ho visto adulti, anziani, ragazzi. Il pianoforte ultimamente è diventato pop, il contatto con il pubblico è aumentato. E a me quest’interazione piace molto. Spesso durante i miei concerti parlo al pubblico, racconto. Il momento più bello è vedere l’emozione sui loro volti, a volte scende anche una lacrima».

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